lunedì 17 dicembre 2012

Acqua dal rubinetto o in bottiglia?

«Qualcuno vuol darcela a bere»
di Giuseppe Altamore, giugno 2003

«E’ molto chiaro che fare affidamento sull’acqua in bottiglia, pensando che solo perché non viene dal rubinetto sia più pura e immune dall’inquinamento, non risolverà affatto i problemi di sicurezza e approvigionamento», afferma Gianfranco Bologna, portavoce del WWF Italia.

«Ma la migliore acqua da bere non si trova necessariamente in una bottiglia», chiarisce Bologna.

«Se vogliamo bere acqua pura dobbiamo porre maggiori sforzi nel proteggere fiumi, laghi e falde idriche, e poi investire in modo che tale acqua arrivi in modo sicuro al consumatore attraverso i rubinetti».

Per queste ragioni, l’acqua minerale è stata inclusa tra gli otto mali che affliggono l’acqua in Italia nel controforum organizzato a Firenze negli stessi giorni del Terzo forum mondiale dell’acqua che si è tenuto a Kyoto nel marzo 2003.

Non solo, il consumo di acqua minerale è stato incluso fra i mali del «Pozzo di Antonio», il rapporto sullo stato dell'acqua in Italia, a cura di Riccardo Petrella, presidente del Comitato italiano del contratto dell'acqua, che delinea un quadro dello stato delle risorse idriche nel nostro paese e delle loro gestione.

E dove starebbe il male? L'acqua minerale non è forse più pura e più sana e, dunque, migliore per la salute di quella potabile?
Si chiede Petrella?

«La prima ragione del 'male', sta per l'appunto nell'ingiustificata credenza che l'acqua minerale sia più pura e più sicura dell'acqua potabile.

L'acqua minerale non è né per definizione né in pratica necessariamente più pura e più sana dell'acqua potabile
, si legge nella relazione.

Anzitutto l'acqua minerale non è considerata dal legislatore un'acqua potabile, ma come un'acqua terapeutica in ragione di certe caratteristiche fisico-chimiche che ne suggeriscono un uso per fini specifici.

Per queste ragioni è consentito alle acque minerali di contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio in quantità superiori a quelle invece interdette per l'acqua potabile.

Mentre non è permesso all'acqua potabile di avere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, è frequente che la maggior parte delle acque minerali siano contenute 40/50µg/l di arsenico senza l'obbligo di dichiararlo sulle etichette. Lo stesso vale per altre sostanze.

Valore limite di alcune sostanze contenute nell’acqua potabile e nell’acqua minerale
Valori limite acque potabili
Decreto L. 31/2001
Valori limite acque minerali
Decreto 542/92 – Dm 31/05/2001
Arsenico totale (µg/l) 10 50
Bario (µg/l) - 1
Cromo (µg/l) 50 50
Piombo (µg/l) 10-25 10
Nitrati (mg/l) 50 45-10*
Alluminio (µg/l) 200 Nessun limite
Ferro (µg/l) 200 Nessun limite
Manganese (µg/l) 50 2000
Fluoruro (mg/l) 1,50 Nessun limite
* Valore relativo ad acque destinate all’infanzia

Una clamorosa omissione che può essere pericolosa per la salute di chi beve sistematicamente la stessa acqua minerale per anni senza controllo medico.

Ricordiamo, inoltre, che nel febbraio 2000, l'Italia ha ricevuto un ammonimento da parte della Commissione dell'Unione europea, perché i valori massimi previsti per alcune sostanze tossiche e indesiderabili nelle acqua minerali italiane erano superiori alle norme imposte a livello comunitario»

«La seconda ragione del 'male'
risiede nel fatto che se - come abbiamo visto - l'acqua minerale non è né più pura né più sana della potabile è certamente molto più cara: dalle 300 alle 600 e persino 1000 volte più cara», aggiunge Petrella.

Secondo gli ultimi dati, derivati da un'inchiesta della Federconsumatori, il costo medio in Italia di 200 metri cubi d'acqua potabile, corrisponde al consumo medio di una famiglia, è pari, nel 2000, a 361.269 lire annue, cioè 1806 lire al metrocubo (0.93 euro).

Un litro di Perrier costa più di 1000 litri di acqua di rubinetto, la più cara d'Italia (quella di Forlì) e quasi 3000 volte di più dell'acqua potabile di Milano.

«Il successo di mercato delle acque minerali è chiaramente uno scandalo», continua Petrella.

«Ci troviamo di fronte a un fenomeno di sfruttamento a fine di lucro di un bene demaniale che secondo quanto ha riconfermato la legge sull'acqua del 1994 (la legge Galli) fa parte del patrimonio inalienabile delle regioni.

Lo sfruttamento avviene con il beneplacito formale ed esplicito delle autorità pubbliche.

Le regioni hanno ceduto il diritto di gestione delle acque minerali a delle tariffe ridicolmente basse.

Il caso della Lombardia, una delle regioni a più alta densità di fonti minerali illustra bene la situazione.

Su più di 2000 miliardi di lire che rappresentano il business delle acque minerali in Lombardia per 8 miliardi di litri di acqua estratti di cui solo 2 miliardi e mezzo sono stati imbottigliati e venduti (che fine hanno fatto gli altri 5,5 miliardi di litri estratti?), la regione Lombardia ha visto arrivare nelle sue casse meno di 300 milioni di lire, una miseria rispetto agli incassi delle imprese private.

Quel che è grave è che più dell’80% delle acque minerali sono imbottigliate in contenitori di plastica (in Pet), il cui costo si aggira sui 1° cent contro i 25 cent per la bottiglia di vetro.

I costi dello smaltimento ricadono sulle regioni che spendono di più di quanto incassino dai canoni delle concessioni di sfruttamento delle fonti.

«Non è difficile capire, ora, perché il business dell’acqua minerale sia così lucroso e le ragioni che hanno spinto il capitale privato a influenzare, tramite la pubblicità e la potenza della grande distribuzione, il comportamento delle popolazioni occidentali a diventare dei grossi consumatori d’acqua minerale», precisa Petrella.

«Aneddoto che aggiunge il 'comico' a una situazione inquietante: nel febbraio 2002 un decreto del Ministero della Sanità ingiungeva agli esercizi di vendere al consumatore l’acqua minerale naturale originariamente preconfezionata in confezione integra o aperta soltanto al momento della consumazione.

Una tale misura, se fosse entrata in vigore, avrebbe comportato uno sperpero inimmaginabile di bottiglie. Fortunatamente, di fronte alla numerose critiche, il Ministero ha ritirato il decreto alcuni giorni dopo averlo adottato».

Il business dell’acqua minerale è un business a forte concentrazione industriale e finanziaria.

Nestlé (multinazione svizzera) e Danone (francese) sono rispettivamente la numero uno e la numero due delle imprese mondiale d’acqua imbottigliata.

Da sole rappresentano più del 30% del mercato mondiale. Nestlé possiede più di 260 marche d’acqua minerale in tutto il mondo, fra cui Vittel, Contrex, Terrier (la più importante del mondo) e le italiane San Pellegrino, Lievissima, Panna. Fanno parte invece della Danone: Ferrarelle, San Benedetto (Guizza)…

Il grande business delle minerali in Italia è, dunque, fonte di benefici soprattutto per gli azionisti della Nestlé e della Danone.

«La terza ragione del 'male'
risiede nella mercificazione dell’acqua e nella privatizzazione dei servizi d’acqua.

Questi hanno trovato nel business delle acque minerali uno strumento potente di stimolo e di 'legittimazione'.

Perché non mercificare anche l’acqua potabile, si sono detti gli operatori privati?

Che differenza c’è – domandano – tra l’acqua potabile e l’acqua minerale? Se la mercificazione di quest’ultima non solleva nessun problema economico, politico, sociale, etico, perché – si chiedono il consumatore e il finanziere – si deve impedire di vendere e acquistare l’acqua potabile come ogni altra merce?
Perché le imprese private non dovrebbero prendersi cura anche dei relativi servizi idrici?

Il mondo commerciale dell’acqua minerale sta scombussolando l’intero settore dell’acqua.

Attirate dagli alti livelli di profitto e dalla allettanti promesse future del business acqua, potenti imprese come la Coca Cola sono entrate anch’esse nel settore introducendo un nuovo tipo di 'acqua da bere', l’acqua purificata.

L’acqua 'purificata' non è altro che acqua d’acquedotto sottoposta ad alcune operazioni di demineralizzazione e di declorizzazione.

Piano piano, il legislatore ha autorizzato anche in Italia la vendita in bottiglia dell’acqua di rubinetto.

Una grande confusione caratterizza sempre più il 'business dell’acqua' composto da un numero crescente di tipi d’acqua: acqua potabile di rubinetto, 'acqua da tavola (si tratta di acque da potabili in bottiglia), acqua potabile in bottiglia in bottiglia 'naturale' con 'aggiunta di anidride carbonica', acqua 'purificata', acqua naturale minerale (acqua minimamente mineralizzata, acqua oligominerale, acqua minerale terapeutica), acqua di sorgente (cioè acqua potabile prelevata alla fonte ma che non può essere clorata.

Tutte le acque minerali sono di sorgente ma non tutte le acque di sorgente sono minerali), acqua di sorgente 'naturale', acqua di falda.

L’espansione del 'mercato dell’acqua' ha condotto a un rimescolamento delle carte a livello delle imprese: le imprese tradizionali d’acqua minerali sono entrate nel settore dell’acqua potabile in bottiglia e, viceversa, le imprese d’acqua potabile cominciano a intervenire nel settore delle acque in bottiglia (minerali comprese).

Lo stesso dicasi delle imprese di soft drinks (limonate, cola, bevande gassate…) e del latte (la Parmalat, per esempio, ha messo sul mercato una sua acqua in bottiglia, l’'Aqua Parlamat'.

«Tutto ciò in una logica commerciale e di profitto. La mercificazione dell’acqua, facilitata dal boom delle acque minerali, rappresenta uno dei mali più gravi e insidiosi»
, accusa Petrella. 

La politica con e per i Cittadini.

 « L'uomo è per natura un animale politico » (Aristotele)

La prima definizione di "politica" (dal greco πολιτικος, politikós) risale ad Aristotele ed è legata al termine "polis", che in greco significa città, la comunità dei cittadini; secondo il filosofo, "politica" significava l'amministrazione della "polis" per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini
partecipano.

Altre definizioni, che si basano su aspetti peculiari della politica, sono state date da numerosi teorici: per Max Weber la politica non è che aspirazione al potere e monopolio legittimo dell'uso della forza; per David Easton essa è la allocazione di valori imperativi (cioè di decisioni) nell'ambito di una comunità; per Giovanni Sartori la politica è la sfera delle decisioni collettive sovrane.


Al di là delle definizioni, la politica in senso generale, riguardante "tutti" i soggetti facenti parte di una società, e non esclusivamente chi fa politica attiva, ovvero opera nelle strutture deputate a determinarla, la politica è l'occuparsi in qualche modo di come viene gestito lo stato o sue substrutture territoriali.

In tal senso "fa politica" anche chi, subendone effetti negativi ad opera di coloro che ne sono istituzionalmente investiti, scende in piazza per protestare.


Ecco, stasera ho fatto politica, ho assistito ad una parte del lavoro del Consiglio Comunale.


E quando dico "politica" mi piace pensare alla definizione di Aristotele ovvero la determinazione di uno spazio pubblico al quale TUTTI i cittadini partecipano e visto l'argomento, ho ritenuto necessario partecipare.


Si deliberava sul Terminale di Rigassificazione GNL nella zona industriale di Zaule a Trieste.


Il Consiglio Comunale ha votato all'unanimità il suo NO al rigassificatore!


All'inizio il mio atteggiamento era di chi, per la prima volta, entra in punta di piedi in un ambiente sconosciuto, cerca il suo angolino appartato e comincia ad ascoltare, osservare e cercare di imparare.

Via via che i consiglieri prendevano parola ed esprimevano il parere del gruppo di appartenenza, la mia attenzione e conseguentemente i miei pensieri venivano distolti dall'atteggiamento distratto dei più, come se già sapessero dove andava a parare il consigliere di turno con tutta quella prosopopea per dire un si od un no.

Come se già sapessero quale sarebbe stato il parere di quello o di quell'altro gruppo.


Via via che passava il tempo, una irrequietezza invadeva l'aula, costringendo i singoli ad alzarsi, attraversare l'aula, parlare al cellulare (con la mano protesa a nascondere le labbra), chi si dedicava alla lettura del giornale, chi era indaffarato con il tablet, chi aveva necessità urgente di parlare con la persona seduta diametralmente opposta.


Proprio quando un suo collega stava parlando!


Proprio quando in aula c'era del pubblico che assisteva!


Proprio quando si parlava di un argomento "esplosivo" per la città ed il suo futuro!


Mi è venuto in mente mio figlio, alla fatica come genitore, di insegnargli il rispetto, l'educazione ed ho pensato: per fortuna non è qui con me stasera!


Ad onor del vero, c'era anche chi si rileggeva la delibera, la spulciava e ne snidava eventuali errori, facendoli poi presente all'assemblea affinché si prendessero le opportune correzioni.


Ma ad un certo punto si è passati il limite (per lo meno il mio limite) ovvero una persona ha iniziato a sbeffeggiarne un'altra mimandolo con una smorfia...

Che c'è di male direte voi.


Se fossimo stati in una trattoria assieme agli amici, si ci poteva stare.

Ma eravamo in aula, in Consiglio Comunale e con uno sparuto pubblico presente (senza contare quelli più fortunati che han seguito la diretta streaming)

Un atteggiamento spavaldo, impunito, irrispettoso e maleducato!


Maddai Antonella, siamo mica a scuola! Mica rischiamo il 7 in condotta! Sono adulti, maggiorenni e vaccinati, sanno quello che fanno...

Proprio tu ti fermi alle apparenze?! Contano i fatti, i risultati...

Beh vi prego, ma io dissento, io non sono stata educata così e non desidero che mio figlio, e le generazioni future siano così.


Che fare allora?


Partecipare, far vedere a questi signori, che ci siamo, che siamo lì ad ascoltarli, che siamo lì a fare aristotelicamente politica.


Questa sera solo un paio di consiglieri, nell'esporre la loro posizione, hanno rivolto lo sguardo verso il pubblico presente, facendoci sentire parte dell'assemblea. La maggior parte ci ha ignorati, ci ha resi invisibili... Ed avevano ragione, dobbiamo essere di più, più presenti, educatamente partecipi ma sopratutto visibili!
                                                                                             

                                                                                             Antonella Nicosia

                                                                                               Obiettivo Trieste

domenica 16 dicembre 2012

Obiettivo Trieste


Obiettivo Trieste si presenterà nella primavera del 2013 alle elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia, sarà il primo test elettorale a cui farà parte portando in dote tutto quanto è stato fatto per Trieste dal 2010, anno della sua creazione.
In questo lasso di tempo ha cambiato alcune volte il nome fino ad arrivare al definitivo che è quello che ci accompagna ormai da tempo ed è quello che troverete nella scheda elettorale.

Il primo progetto era quello di accumunare sotto un unico nome diversi gruppi e associazioni che operavano per il bene della città e partecipare alle elezioni comunali con il nome "Obiettivo Comune Trieste".
Ben presto però si è avuta la sensazione che ognuno voleva avere una sua distinta personalità senza venire "ingerito" in un'unica entità.
In conseguenza a questo è sorto il "Comitato Obiettivo Trieste" fino a diventare semplicemente "Obiettivo Trieste".  Nome e simbolo che ormai è piuttosto noto.

Per partecipare alle ormai imminenti elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia si sta formando un gruppo di aspiranti candidati di comprovato amore nei confronti della città, non appaiono alla ricerca di una carriera politica, credo che nemmeno ci pensino, sono piuttosto spinti dall'esigenza di smarcarsi dalla rassegnazione che si respira e programmare un futuro possibile per Trieste.

Tra i candidati si prospetta una netta componente femminile che sono certo, darà un contributo notevole di sensibilità politica a tutto il nostro gruppo.

In questa pagina verrà tra breve inserito il programma di massima di Obiettivo Trieste, parleremo chiaro, molto chiaro, consapevoli che in politica la troppa chiarezza allontana gli elettori che solitamente si riconoscono meglio nei programmi vaghi che sembrano accontentare tutti.
Noi ci rivolgiamo a quei Cittadini che sentono l'esigenza di ritrovarsi all'interno di una Comunità e non in mezzo a questo "si salvi chi può" generalizzato, a quei Cittadini che sono pronti a fare tanto per se stessi ma un poco anche per gli altri.
E' innnegabile che ci piacerebbe raccogliere un buon numero di preferenze, non solo per il piacere di piacere, ma anche e soprattutto perchè sarebbe la prova che il nostro messaggio è passato e si può fondatamente sperare in un futuro migliore,  ma non perchè siamo o saremo bravi noi, ma perchè sarà un segnale che sta emergendo un "Cittadino migliore".

                                                           Fulvio Covalero


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Molto spesso il tema ricorrente di ogni incontro pubblico  o conferenza 
stampa verte sullo sviluppo della nostra società ma quasi sempre in termini imprenditoriali,  occupazionali e finanziari trascurando forse  anche senza volerlo, di sottolineare che lo sviluppo di una società si valuta o meglio si dovrebbe valutare nella misura in cui questa,  si prende in carico le persone più deboli i disabili e tutti coloro che sfortunatamente hanno la loro vita limitata nello svolgere  ciò che la quotidianità ci impone
Per quanto mi riguarda e nella fortunata ipotesi che venga eletto in Regione , il mio impegno si indirizzerà prioritariamente verso quei cittadini  che si sentono soli ed emarginati dalla società  sia a causa delle condizioni economiche ma soprattutto verso le persone che non possono godere della propria autonomia
e mi riferisco esclusivamente alle persone  disabili sia dal punto di vista motorio - visivo - cognitivo.
Se solo un poco riuscirò a fare per queste persone per me sarà certamente un successo

                                          
                                                          Luciano Stivanin

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sabato 15 dicembre 2012

ATER - "pian e ben?"

http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2012/12/13/news/assalto-agli-alloggi-ater-a-trieste-4500-domande-per-310-posti-1.6191392

Immagino che l'ATER di Trieste conosca il numero degli alloggi liberi che amministra, chiusi da anni non vengono consegnati che sommati a quelli nuovi costruiti di recente formano certamente un buon numero, ma quelli messi a disposizione pare siano solamente 310. Come mai?
Lentamente si è iniziato a consegnare quelli di via Capofonte, ma con calma però, come pure quelli di piazzale De Gasperi .... con cautela.
Mentre quelli di Largo Nicolini pare siano ancora cantierati. Appaiono pronti da qualche anno ma non si dimostra alcuna fretta. Intanto 310 famiglie possono sistemarsi.
Non si capisce con quale criterio vengano redatte le graduatorie ma voce di popolo fa gridare "prima gli italiani!". Ma cosa succede?
Succede che serpeggia del malcontento, voci insistenti che affermano vengano favoriti nell'assegnazione gli stranieri, e d'altra parte è evidente che:
"Per forza che i vien tutti quà, i ghe da lavor, la casa e una barca de bori de sussidio e cussì i riva tutti qua.
Per cossa i dovessi star a casa sua, i se anche favoridi coi asili nido!"
Non so se tutto questo sia vero, forse non lo è come si vuol far credere, ma almeno in parte pare di si.
Se così fosse bisognerebbe accettare il fatto che queste sono le regole e per quanto ne so, dal momento che delle regole vengono riconosciute sbagliate dovrebbero essere cambiate. Queste, se non altro perchè lasciano serpeggiare il dubbio e suscitano fastidio nei confronti degli stranieri residenti.
Saranno mica fatte apposta?
Ai triestini è sempre stato donato motivo di fastidio e inquietudine. Nell'immediato dopo guerra non c'erano gli stranieri ma gli esuli, quando si andava a fare domanda per un alloggio, un lavoro, un servizio sociale, la prima domanda era "la xe esule lei ?" e se la risposta era negativa: " eh me dispiasi, no xe posti liberi"
Da allora sono passati oltre cinquant'anni, ma la "tiritera" è sempre la stessa.

"La centesima scimmia"


La scimmia giapponese Macaca fuscata, è stata osservata allo stato selvaggio per un periodo di oltre 30 anni. Nel 1952, sull’isola di Koshima, alcuni scienziati davano da mangiare alle scimmie delle patate dolci sepolte nella sabbia. Alle scimmie piaceva il gusto delle patate dolci, ma trovavano la sabbia assai sgradevole.

Un giorno una femmina di 18 mesi chiamata Imo scoprì che era in grado di risolvere il problema lavando le patate in un ruscello vicino. In seguito insegnò questo trucco a sua madre.

Tramandando questa nuova informazione, tra il 1952 e il 1958 tutte le scimmie giovani impararono a lavare le patate dolci per renderle più appetitose.

Poi accadde qualcosa di veramente particolare..

Nel 1958 vi era un certo numero di scimmie sull’isola di Koshima che aveva imparato a lavare le patate (il numero preciso non è conosciuto, viene fissato per fini esplicativi a 99 scimmie).

Quella mattina, la centesima scimmia imparò a lavare patate.

A quel punto accadde una cosa molto interessante
La sera di quel giorno praticamente tutte le scimmie sull’isola (anche quelle adulte) avevano preso l’abitudine di lavare le patate dolci prima di mangiarle.

Ma la cosa ancora più sorprendente osservata da questi scienziati fu il fatto che l’abitudine di lavare le patate dolci attraversò, in seguito, il mare. Infatti intere colonie di scimmie sulle altre isole ed anche gruppi di scimmie a Takasakiyama
cominciarono a lavare le loro patate dolci.

Quando viene superato un certo numero critico di elementi si raggiunge una nuova consapevolezza, la medesima viene passata da una mente all’altra. Sebbene il numero critico possa variare, il Fenomeno delle Cento Scimmie indica che quando vi sono poche persone che conoscono qualcosa di nuovo, questo nuovo concetto rimane di loro esclusiva proprietà.

Ma se a loro si aggiunge anche una persona in più, e si raggiunge il numero critico, si crea una idea così potente da poter entrare nella consapevolezza di quasi tutti i membri di quel gruppo.

“Niente è più pericoloso di un’idea, specie quando è l’unica che si ha” – Emile Chartier
"Nuove idee, nuovi risultati“
“La centesima scimmia potresti essere tu”




martedì 11 dicembre 2012

Le risposte date!

Queste che seguiranno sono le risposte date sui più disparati argomenti, li immagino come una intervista fatta inconsciamente dai frequentatori di Facebook.

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Osservo che il PDL si sta disperdendo in mille rivoli.
Tutti sembrano defilarsi e pronti a creare nuove "forme di pensiero".
Con quale risultato? Che l'elettore che è scontento di una forza politica si accasa con il "parente più stretto di quella stessa forza politica per poi ritrovarsi concordi sui grandi temi, forse anche sui medi!!
Monti pur avendo sul comodino della sua camera da letto i "loghi" delle maggiori banche europee e in automobile le stesse immagini con sotto scritto "non correre, pensa a noi!" ha insegnato che si può fare politica anche senza essere smpatici, anche senza avere il consenso delle maggioranza dei Cittadini (seppur con il consenso delle forze politiche che hanno portato questo scassatissimo paese all'agonia e che lo hanno delegato a fare quello che può).
E' il momento di essere impopolari, di "stare sulle balle" di presentare progetti che vengano definiti utopistici, sono quelli migliori.
Berlusconi non è il solo, fare la lista degli immensi nulla è roba da far finire le boccette d'inchiostro giacenti nei magazzini di Smolars.
Escano e si propongano le perone migliori,quelle senza bandiere, le pagliacciate e i pagliacci quelli si che ci hanno rotto i coglioni!


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Il problema Sergio è che Lorenzo non fa calcoli, lui è proprio un fans.
Qualche "mese" fa tifavo Juventus, c'erano Stacchini, Del Sol e Sivori, non ricordo nemmeno chi fosse l'allenatore.
Poi nei "mesi" successivi sono cambiati i giocatori, gli allenatori e la dirigenza e i nuovi arrivati non mi piacevano più.
Da allora ho tifato per le persone che scendevano in campo.
Come Baggio si spostava lo "segivo", allo stesso modo il Mancini giocatore, quel gran signore di Igor Protti, la testardaggine di fare il capocannoniere di Hubner nonostante le squadre minori, l'allegria di Paul Ince e le bombe di Roberto Carlos.
Sono le persone che fanno la differenza, almeno per me.
Per questo nessuno può classificarmi di destra o di sinistra, continuo a comporre miscele di idee e progetti come si trattasse del tabacco per la mia pipa.


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Mettere chi commette reati identro alle prigoni fuori legge e buttare via le chiavi!

Cazzo ce ne frega a noi che non ci hanno ancora beccato?
Tanti, tantissimi sono ancora liberi, non sono ancora accusati di nessun reato semplicemente perchè non li hanno ancora presi.
Quanti di voi sono in "libertà per giustizia disattenta?"



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Rosanna e Giorgio, probabilmente voi sarete nati a Trieste, forse anche qualcuno dei vostri genitori, difficilmente tutti e quattro i nonni di ognuno.
A chi possiamo dare la "patente di triestini"?
Sono più triestini i discendenti delle famiglie italiane o delle famiglie austriache?
E i triestini sloveni che da secoli sono residenti in quella che è l'immediata periferia?
E un'altra considerazione: tu Giorgio parli di immigrazione clandestina, sono del parere che a questo mondo non si può immigrare a meno che si provenga da un'altro pianeta.
Sulla terra le persone più dinamiche e coraggiose abbandonano le terre dove c'è miseria per andare dove si può vivere bene con la propria famiglia.
Questo spostarsi ha generato non solo la popolazione di Trieste ma anche l'America, l'Australia e tanti altri Paesi.
A Trieste ci sono tantissime persone che hanno questo senso di chiusura, per lo più provengono da famiglie che solo da qualche decennio hanno posato le valige!


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Il monastero di San Cipriano del 1.300 è stato svuotato dalle sue ospiti che si sono trasferite nel nuovo convento in mezzo al bosco appena finito di costruire a Prosecco.
La storica costruzione di San Giusto sembra destinata a diventare appartamenti di lusso.
Si ha la sensazione che nel decennio dell'amministrazione Dipiazza abbiano voluto allontanare da loro qualunque cosa avesse valenza culturale, forse per non doverne parlare.



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L'idea è buona e soprattutto innovativa. Non ho capito però il progetto e le sue idee che stanno alla abse della tua scelta

Non c'è spazio all'interno dei partiti tradizionali e francamente ci vuole un po di stomaco per entrare in questo marasma politico.
A son di "scremare" non è rimasto nulla se non l'andare alle elezioni così.
Si sta formando un gruppetto di persone appassionate, che vogliono provare a cambiare, il programma base ce l'ho in testa io, nei prossimi mesi si riuscirà ad affinarlo con l'ausilio degli altri facendolo diventare pensiero comune, una base musicale da poter cantare in coro.
Andiamo alle elezioni per contarci, per verificare se siamo stati bravi a spiegarci, non certo per vincere.
valuteremo poi a bocce ferme i risultati ottenuti, non per modificare una strategia che non abbiamo ne vogliamo avere, contiamo sul fattore sorpresa, saremo sinceri e faremo di tutto per dimostrarlo.



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L'idea di circolare in centro ognuno con la propria automobile tra qualche anno non sarà più proponibile, una città moderna deve fare circolare in centro esclusivamente mezzi pubblici possibilmente elettrici.
La politica non puo, ma soprattutto non deve pensare alle esigenze dei singoli ma guardare a un quadro complessivo dove inevitabilmente si perde qualche privilegio.
La nuova viabilità di via Giulia prevede una drastica riduzione dei parcheggi, discuterne l'utilità è fuori luogo.
E' evidente a tutti coloro vogliono vedere, che il rionde San Giovanni sii è sovvrapopolato ma e rimasta invariata l'unica via d'uscita, la via Giulia appunto.
E un uso "tipicamente italiano" chiamare in altro modo le cose che infastidiscono, basterebbe quindi onestamente lamentarsi del "dove posteggerò la mia macchinia?" Sarebbe più comprensibile e credibile.


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Attenti al Grillo!
Si capisce subito quando le cose le scrivono gli spaventati antagonisti del Movimento. La firma? Mettono sempre queste fotografie con queste espressioni, probabilmente fanno parte del bagaglio dell'arguto giornalista.

Come quando per parlare di tangenti fanno vedere una borsa di pelle appesa a una mano, come un tempo sopra le macerie di una casa o sulle lamiere fumanti di un disastro aereo posavano una bambola, sempre quella, buona per tutti i disastri tanto perchè si sapesse: "a bordo c'erano anche bambini!"

lunedì 10 dicembre 2012

Tracce da seguire




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"Non troveremo mai un fine per la Nazione, ne una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sull’indice Dow Jones, ne i successi del Paese sul prodotto interno lordo.

Il P.I.L. comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalle carneficine dei nostri fine settimana.

Il P.I.L. mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.

Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini.

Cresce con la produzione di Napal, missili e testate nucleari.

Si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri  si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il P.I.L. non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.

Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari.

Il P.I.L. non misura ne la nostra arguzia ne il nostro coraggio, ne la nostra saggezza ne la nostra conoscenza,  ne la nostra compassione ne la devozione al nostro Paese.

Misura tutto il P.I.L.  eccetto quello ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani."
                                                                                                                   


                                                                                                             Robert Kennedy



Molti Cittadini vivono Trieste con rassegnazione, si accorgono di tutte le cose che non vanno, brontolano e mugugnano, ma credono che ormai nulla possa cambiare e che il declino sia irreversibile.
Meno di cento anni fa l'Austria ha lasciato all'Italia una città prospera, dinamica con alle spalle quasi due secoli di crescita sia economica che culturale.
Ora siamo "rasi al suolo", una politica di politicanti scellerati ha creato divisioni etniche e politiche seguendo la logica che proprio dividendoci non saremmo stati in grado di unirci e lottare assieme per un futuro migliore per noi e per i nostri figli.

Vogliamo lasciarli fare?

Non c'è un progetto, un programma per il futuro, si viaggia a vista annusando l'aria cercando di capire cosa i futuri elettori vogliono sentirsi dire, basti pensare che si parla sia di un rigassificatore in mezzo al golfo e di promozione turistica, si parla della Ferriera come l'unica fonte d'inquinamento ma si permette di circolare in centro con automobili fornite di motori da camion capaci di bruciare 20 litri di carburante per percorrere 100 chilometri, si permette tutto pur di non scontentare nessuno.
Non sono previste scelte impopolari ma che guardino lontano e sono in pochi pronti a impegnarsi per lasciare alle generazioni future una città migliore, si è esaurito l'orgoglio di essere triestini.



Faccio mia questa ampia analisi apparsa su "Il Piccolo" poco prima dell'ultima consultazione elettorale nel 2011.


Dovremmo farci un po’ di domande, nel tempo che ci separa dal voto.


Dov’è finito il nostro senso civico, il nostro senso di appartenenza a questa terra di frontiera che ha partorito capitani di mare e grandi costruttori di motori?
Dove sono finiti la memoria e l’esempio dei tanti triestini che hanno lasciato alla collettività il loro personale patrimonio con mirabile senso civico e del bene comune?
Ho paura di rispondere a queste domande perché misurerei l’abisso che mi separa dal passato.
Come abbiamo potuto?
Perché abbiamo tollerato che il porto tornasse nelle mani di chi finora ne aveva fatto un luogo di monopoli e favoritismi?
Dov’è finita la nostra memoria delle bianche navi?
Perché non abbiamo saputo esigere un professionista serio, magari anche straniero al timone dell’azienda più strategica del Nord Adriatico?
Perché non chiediamo alla Camera di Commercio contezza delle sue iniziative, sui contributi che infligge alle categorie del terziario, sui risultati delle sue decine di inutili missioni all’estero?
Perché il suo presidente ipotizza un milione d presenze l’anno al “suo” improbabile Parco del mare e accredita però previsioni per un futuro miserabile da 70 mila abitanti per la “nostra” città?
Perché nessuno chiede il conto per l’efficienza della gestione dell’Acegas o mette il naso in quell’altro santuario discutibilmente gestito che sono le Cooperative operaie, caposaldo inesplorato dell’immobilismo locale ?
Perché li abbiamo lasciati fare?
Il nostro disinteresse trova un riscontro perfetto anche nel volto fisico di Trieste.
Le sta scolpita addosso.
Perché non reagiamo davanti all’espianto delle venerabili pietre in “masegno” e la loro sostituzione con parallelepipedi color topo dove gli escrementi si spalmano così bene da creare un diffuso effetto pisciatoio?
Perché abbiamo tollerato l’imbroglio che ha creato un quartiere morto tra Cavana e San Giusto, un labirinto di fantasmi dove l’anima, come le vecchie pietre (rubate sotto il naso di tutti), è volata via da tempo?
“I ne porta via tuto” sento lamentare.
Sbagliato: la frase giusta è: “se lasemo portar via tuto”.
Se così non fosse non avremmo accettato senza rivoltarci che la memoria marinara di Trieste fosse insultata con la trasformazione della pescheria, uno dei più begli edifici del Mediterraneo, in uno spazio vuoto di eventi e idee , quando potrebbe essere il luogo dell’identità, lo spazio dove mostrare ai “foresti”ciò che siamo stati nei giorni grandi.

Ed
 ecco  altre domande.

Perché consentiamo che il sentierone pedonale delle notti triestine diventi luogo di sballo, urla, pessima musica apolide a volumi insopportabili, mentre ai nostri musicanti di strada, dalle emissioni estremamente inferiori in termini di decibel, sono costretti alla fame e umiliati nella triestinità di cui sono portatori.
 Perché non reagiamo quando a pochi passi dalla questura e dalla centrale dei vigili urbani fuori, da locali discutibili, il ghetto che fu degli ebrei, doloroso luogo della memoria, nelle ore notturne diventa spazio di canti sguaiati, ubriacature, piscio e vetri rotti, senza che nessuno venga a imporre il decoro?
A cosa serve tutto quello show di manganelli e pistole, se non sappiamo nemmeno imporre la decenza?
Perché consentiamo che Trieste, la città che è porto e il cui destino è tutt’uno col mare, si ritrova snobbata da una regione di un milione di abitanti, dopo essere stata entro strategico e spazio internazionale di investimenti per un impero di cinquanta milioni di anime?
Perché non ci solleviamo contro un palazzo che taglia fondi alla logistica portuale, pur ricevendo annualmente trecento milioni di euro in termini di tasse?
E perché siamo stati a guardare il declassamento voluto, anzi pervicacemente propiziato, del ruolo di città simbolo del ponte tra Centro Europa e Mediterraneo?
Perché abbiamo taciuto di fronte alla fuga di Trieste dagli eventi che contano e la sua sostituzione con Udine, Pordenone, Cividale, Gorizia e persino Monfalcone?
Perché i gloriosi teatri locali sono sempre nelle stesse mani senza ombra di rinnovamento?
Stiamo uscendo dalla carta geografica, perché così piace alla cricca.
Settantamila abitanti, è questo il nostro destino.
La mappa dell’Adriatico parla già chiaro.
Non abbiamo più traghetti.
E’ rimasto solo Durazzo, Albania.
Niente per Patrasso, Pola, Venezia e Spalato.
Il mare non è più nostro.
E’ diventato “cosa loro”.
Par di sentire il rumore dei catenacci che lo sprangano.
Povera mia città dell’anima, di tante partenze e di tanti ritorni.
Non credo ti meriti tutto questo.
Paolo Rumiz